Vita e opere del bambino eccessivamente buono Leonard Stecyk

È lui il bambino che si mette la bandoliera arancio sgargiante a tracolla e fa attraversare gli allievi delle classi inferiori sulle strisce pedonali davanti alla scuola.

Nel Re Pallido, l’ultimo romanzo di Wallace c’è un esilarante intermezzo sulla vita di uno dei tanti pallidi impiegati protagonisti della storia: Leonard Stecyk.

Re Pallido David Foster Wallace

Il divertimento, le perfide risate che ci provoca il racconto – e che ci fa sentire pure in colpa, specialmente dopo il colpo di scena finale – viene dal fatto che il piccolo Leonard è un bambino buonissimo, bravissimo, sempre perfetto nei suoi ruoli istituzionali e sociali. Ed è per questo che è odiato da tutti i suoi coetanei che gli “fanno cose indicibili” (Es. lo appendono senza ritegno in bagno con l’elastico delle mutande) nonché dagli adulti che, una su tutte, lo tirerebbero volentieri sotto in auto se potessero, quando si mette lì a fare attraversare gli altri bambini sulle strisce pedonali.

Il capitolo sulla vita e le opere del giovane Leonard (pag. 36-45) è esilarante per la serie di situazioni che Wallace descrive con dovizia di particolari parodossali e iperbolici e con il suo stile dissacrante che portano inevitabilmente al lato oscuro della faccenda ovvero al fatto che, come i personaggi della storia, anche noi lettori ci dispiaciamo/compiaciamo dell’odio verso il bambino buono:

Tutti odiano il bambino. è un odio complesso e spesso chi lo prova si sente spregevole e in colpa e si odia per quel sentimento verso un bambino così in gamba e benintenzionato, il che involontariamente porta a odiare ancora di più il bambino perché suscita odio verso se stessi. Il tutto crea grande confusione e turbamento. La gente si imbottisce di aspirine quando c’è lui.

Ma si può odiare un bambino così fastidiosamente buono e altruista? E ci si può redimere  o, quantomeno, sentirsi meno in colpa di desiderare “cose indicibili” per il bambino buono? Esiste una soluzione a ciò?

Una possibile interpretazione che ci fa sentire meno soli nel nostro essere umani e nel provare tali sentimenti contrastanti, l’ho trovata recentemente in una riflessione presente nel libro Vite efferate di papi.

Dino Baldi Vite efferate di Papi

L’autore, Dino Baldi, a un certo punto (pag. 118) commentando la tragica vicenda di Papa Formoso che fu processato post mortem, riflette su come alcuni religiosi sviluppino la capacità, proprio come magneti, di attirare su di loro cattiverie e nefandezze, insomma, il peggio degli esseri umani.

(tra parentesi questa vicenda pazzesca del processo post mortem di Papa Formoso anticipa chiaramente il colpo di scena di Psycho di più di 1000 anni…)

Ma Baldi va oltre e si chiede se, a proposito di santi e martiri cristiani – e qui viene il punto interessate – questa sorta di loro “indole magnetica” non sia “sospetta”.  E la tesi paradossale che suggerisce è la seguente:

Santi e martiri sarebbero una sorta di “untori” involontari di mali e cattiverie che non si espliciterebbero senza la loro eccessiva e manifesta bontà (tornate  su e rileggete ora il passaggio di Wallace “Tutti odiano il bambino”). Ed ecco cosa scrive Baldi:

I santi sobillano malvagità che forse non si sarebbero mai tradotte in atto, se non ci fossero stati loro a provocarle con quella bontà sinuosa e ammaliante.

Conclusione paradossale di Baldi: i veri santi, allora, dovrebbero essere quelli che non si fanno notare, quelli che stanno a “mezz’aria” e che, dunque, sono “inconoscibili”.

Ma, ovviamente, e qui siamo in pieno territorio Wallaciano, essere dei “santi ignoti” sarebbe una contraddizione, un vero e proprio corto circuito, proprio come essere “santi sconosciuti”.

***

Per approfondire:

Sull’Archivio DFW Italia trovate una bella riflessione che l’amico Lorenzo Andolfatto fece nel Palewinter di qualche anno fa proprio sui primi capitoli del Re Pallido (e su Leonard Stecyk).

Sulla vicenda pazzesca del processo a Papa Formoso post portem: Sinodo del cadavere.

Sul sito della casa editrice Quodlibet, infine,  la scheda del libro di Baldi con recensioni ed estratti che, mi auguro, vi invoglino ad acquistarlo.

Piccoli maestri, grandi divulgatori

Seguo dall’inizio, grazie all’amico wallaciano Federico, i Piccoli maestri, pertanto, è con grande piacere che ne parlo proprio in questi giorni che è online il loro nuovo sito nonché una divertente playlist video su youtube nella quale, in pochi minuti, libro per libro, autore per autore, avrete la possibilità di comprendere lo spirito, la bellezza nonché il successo di questa iniziativa.

Piccoli maestri

Ad esempio, a me sarebbe piaciuto molto, al liceo, ascoltare uno come Christian Raimo parlare di David Foster Wallace:

(ma anche Federico Platania di Aspettando Godot di Beckett)

Chi sono questi Piccoli maestri?

Un gruppo di scrittori che raccontano i loro libri preferiti nelle scuole. E, come se non bastasse, gratuitamente.

Qualora, tu, lettore di questo bloggetto fossi un insegnante e volessi maggiori info per organizzare una lettura ecco qua.

Nella remota ipotesi che, invece, tu, sconosciuto lettore, fossi un giovane studente (perché in fin dei conti sono un ottimista), ecco qua

Qualora fossi, invece, uno scrittore o rientrassi in una qualsiasi delle seguenti categorie: “hai partecipato a un incontro per caso e vuoi ritornare, hai letto un articolo su un blog di cui non ricordi il nome e sei alla ricerca di altre notizie. Ti sei preso una cotta per una piccola maestrina e credi che il nostro lavoro vada sostenuto…” ecco qua

Qualora, infine, tu, lettore ignoto che manco Google Analytics riuscirebbe a profilare fossi principalmente uno che ama leggere i libri degli altri come il sottoscritto, ma fossi comunque interessato ai Piccoli maestri, la storia non cambia, ecco qua.

Anche perché, per noi poveri lettori, inutile girarci attorno, la lotta è sempre tragicamente impari: “noi siamo sempre uno a leggere, loro tanti a scrivere”. Benvengano allora i Piccoli maestri!

“Uno dei più rispettati scrittori della sua generazione”, sull’Archivio DFW, per il #DFW52 la traduzione di un’intervista di Garner a Wallace

La stessa cosa succede nel mondo universitario. Quando gli studenti cominciano a seguire i miei corsi, molto spesso mi ritrovo a doverli ripulire delle abitudini per cui venivano premiati alle scuole superiori, molte delle quali hanno a che fare – soprattutto nella critica letteraria – con eccessive astrazioni, verbosità, sovracomplicazioni, eccessivo affidamento nel gergo della disciplina.”

(Continua a leggere su Archivio DFW)

 

Se fosse vivo oggi avrebbe compiuto 52 anni, da qui l’hashtag #DFW52.

Ecco, non è che sia proprio un fan di questi “What if” e ricorrenze ma, dato che è un’occasione buona per leggere qualcosa di nuovo su/di Wallace ben vengano anche gli auguri di un buon non-compleanno.

Gli amici dell’Archivio DFW Italia, anche questa volta, arrivano prima di tutti gli altri con una “chicca” che dedicano agli howling fantods italici (grazie!):

la traduzione di un estratto da Quack This WayDavid Foster Wallace & Bryan A. Garner Talk Language and Writing, appena pubblicato.

Quack this way

In questo estratto Wallace parla di lingua (e uso della), gerghi, costruzione di saggi argomentativi ma, soprattuto, di un tema molto importante come quello dell’emancipazione dal “virus” del linguaggio accademico (una riflessione valida, ovviamente, per qualsiasi contesto professionale).

Buona lettura

#DFW52: colloquio con B. Garner sull’uso della lingua

La traduzione completa è sull’Archivio DFW.

Il testo originale, invece, è qui.

Inutile ricordare che in Considera l’aragosta è presente il monumentale saggio su “Autorità e uso della lingua”, un’interessante riflessione su usi-e-costumi della lingua inglese, che venne pubblicata in origine sul Dictionary of Modern American Usage, a cura dello stesso Bryan A. Garner di cui sopra.

 

Tranquillizzare chi è turbato e turbare chi è tranquillo #ricordandoDFW

Volevo aiuto e allo stesso tempo non lo volevo. E ho reso difficile agli altri il compito di aiutarmi: potevo andare un giorno tutto disperato in lacrime da una psichiatra e poi due giorni dopo trovarmi a discettare con lei su alcune sottigliezze della teoria junghiana […]

(tratto da La storia di un ex-residente, un probabile inedito di David Foster Wallace scovato dall’ArchivioDFW)

Nella giornata in cui ricorre l’anniversario della scomparsa di David Foster Wallace, tutti sono presenti all’appuntamento:

Archivio David Foster Wallace Italia Facebook

  • Minimum fax con Un antidoto Contro la solitudine, dove Stephen J. Burn ha raccolto interviste e conversazioni;
  • Einaudi con Di carne e di nulla, una raccolta di saggi (più o meno) inediti corredati, anche qui, da interviste e conversazioni…

Il saggio minore su Terminator 2, tratto da quest’ultimo e pubblicato ieri da Repubblica ha suscitato, come spesso accade quando si tratta di Wallace, forti prese di posizione.

Per non parlare poi dei numerosi articoli-e-interviste-a-corredo (vedi Minima&Moralia, Wired, Il Post) nonché belle iniziative come quella di Finzioni: un post ogni ora.

Per quanto ci riguarda, dalle parti dell’Archivio DFW, se aveste voglia di giocare e divertirvi, stiamo twittando le mega trame dei saggi, racconti e romanzi di Wallace:

Ecco solo un paio di esempi:

MaddMaths, David Foster Wallace, Infinite Jest

Diego Altobelli #RicordandoDFW #InfiniteJest

Sempre sul sito troverete un “probabile” inedito di Wallace scovato e tradotto da alcuni amici dell’Archivio (complimenti!).

È una lettera di “testimonianza” scritta da un ex-residente della Granada House (inutile qui soffermarsi sull’importanza nella-vita-e-nella-narrativa di Wallace delle case di recupero).

È un testo breve e intenso con una costruzione sintattica che non lascerebbe dubbi di sorta sull’identità dell’autore.

Uno squarcio su una faccenda privata e toccante che, nelle ultime righe, fa intravedere un universo parallelo in cui cinque anni fa lui, David, è rimasto seduto in garage nella sua casa in California a scrivere, riscrivere ed editare maniacalmente le bozze del Re Pallido.

In un’intervista del ’93 a Larry McCaffery, rispondendo a una domanda sulle “sfide” che la letteratura lanciava ai lettori, Wallace – allora trentunenne – disse:

Uno dei miei insegnanti, che stimavo molto, diceva sempre che il compito della buona letteratura è tranquillizzare chi è turbato e turbare chi è tranquillo.

Secondo me il compito della letteratura alta consiste in gran parte nel dare al lettore, che come tutti noi è un po’ impantanato dentro la propria testa, nel dargli accesso, dicevo, tramite l’immaginazione, alla vita interiore di altri individui.

Dato che una parte ineluttabile dell’essere umano è la sofferenza, ciò che noi esseri umani cerchiamo nell’arte è anche un’esperienza di sofferenza: che sarà necessariamente un’esperienza mediata, o per meglio dire una generalizzazione della sofferenza. Capisci cosa intendo?

Nel mondo reale tutti soffriamo da soli; la vera empatia è impossibile. Ma se un’opera letteraria ci permette, grazie all’immaginazione, di identificarci con il dolore dei personaggi, allora forse ci verrà più facile pensare che altri possano identificarsi con il nostro.

Questo è un pensiero che nutre, che redime: ci fa sentire meno soli dentro.

Magari è tutto qui, semplicemente.

(tratto da: Un antidoto contro la solitudine, Minimum fax, pag. 54)

Buona lettura e buon #DFWday:

 

La storia di un ex-residente un iedito di David Foster Wallace