Tabloid inferno, la cronaca nera come metafora di una generazione, la mia

«Sono riusciti a cambiarmi» cantava la vocina del mio vittimismo, «alla fine mi sono venduta».
«Col cavolo!» mi riportava alla realtà Emanuele, «Non c’è nessun sistema che sventola banconote per acquistare la nostra anima. Zero mercato per le illusioni perdute. Ci siamo messi in saldo da soli e anche così nessuno ci ha comprati».

Tabloid inferno è il meta-romanzo di formazione professionale della mia generazione che è transumata per Scienze della comunicazione di Roma annusando Walter Benjamin, amando prima e odiando poi (si fa per dire) la Scuola di Francoforte, ascoltato, studiando e imitando gli apocalittici e gli integrati di turno sprofondati nelle sedie di cinema che sarebbero diventati sale bingo e non immaginando minimamente di essere di lì a poco prima fatti a pezzi dai contratti di collaborazione a progetto e poi smembrati dal lavoro, dall’industria culturale (si fa per dire), dalla precarizzazione delle professioni

(“liquidità” e “non-luoghi” c’avevano già rotto nei primi anni 2000, figuriamoci a parlarne oggi, please please)

dalla conseguente e prevedibilmente ovvia precarizzazione delle vite materiali, nonché dei rapporti umani (misantropia portami via, ma lasciami skype acceso).

Una generazione che però, nonostante tutto, è riuscita a farsi coraggio e ad andare avanti, anno dopo anno, perché, come mostra Selene Pascarella, l’autrice di Tabloid Inferno con l’arco narrativo percorso dal suo alterego, una redenzione è sempre auspicabile nonché possibile.

Tabloid inferno, Selene Pascarella, Edizioni Alegre 2016

tabloid inferno

Vita e opere del bambino eccessivamente buono Leonard Stecyk

È lui il bambino che si mette la bandoliera arancio sgargiante a tracolla e fa attraversare gli allievi delle classi inferiori sulle strisce pedonali davanti alla scuola.

Nel Re Pallido, l’ultimo romanzo di Wallace c’è un esilarante intermezzo sulla vita di uno dei tanti pallidi impiegati protagonisti della storia: Leonard Stecyk.

Re Pallido David Foster Wallace

Il divertimento, le perfide risate che ci provoca il racconto – e che ci fa sentire pure in colpa, specialmente dopo il colpo di scena finale – viene dal fatto che il piccolo Leonard è un bambino buonissimo, bravissimo, sempre perfetto nei suoi ruoli istituzionali e sociali. Ed è per questo che è odiato da tutti i suoi coetanei che gli “fanno cose indicibili” (Es. lo appendono senza ritegno in bagno con l’elastico delle mutande) nonché dagli adulti che, una su tutte, lo tirerebbero volentieri sotto in auto se potessero, quando si mette lì a fare attraversare gli altri bambini sulle strisce pedonali.

Il capitolo sulla vita e le opere del giovane Leonard (pag. 36-45) è esilarante per la serie di situazioni che Wallace descrive con dovizia di particolari parodossali e iperbolici e con il suo stile dissacrante che portano inevitabilmente al lato oscuro della faccenda ovvero al fatto che, come i personaggi della storia, anche noi lettori ci dispiaciamo/compiaciamo dell’odio verso il bambino buono:

Tutti odiano il bambino. è un odio complesso e spesso chi lo prova si sente spregevole e in colpa e si odia per quel sentimento verso un bambino così in gamba e benintenzionato, il che involontariamente porta a odiare ancora di più il bambino perché suscita odio verso se stessi. Il tutto crea grande confusione e turbamento. La gente si imbottisce di aspirine quando c’è lui.

Ma si può odiare un bambino così fastidiosamente buono e altruista? E ci si può redimere  o, quantomeno, sentirsi meno in colpa di desiderare “cose indicibili” per il bambino buono? Esiste una soluzione a ciò?

Una possibile interpretazione che ci fa sentire meno soli nel nostro essere umani e nel provare tali sentimenti contrastanti, l’ho trovata recentemente in una riflessione presente nel libro Vite efferate di papi.

Dino Baldi Vite efferate di Papi

L’autore, Dino Baldi, a un certo punto (pag. 118) commentando la tragica vicenda di Papa Formoso che fu processato post mortem, riflette su come alcuni religiosi sviluppino la capacità, proprio come magneti, di attirare su di loro cattiverie e nefandezze, insomma, il peggio degli esseri umani.

(tra parentesi questa vicenda pazzesca del processo post mortem di Papa Formoso anticipa chiaramente il colpo di scena di Psycho di più di 1000 anni…)

Ma Baldi va oltre e si chiede se, a proposito di santi e martiri cristiani – e qui viene il punto interessate – questa sorta di loro “indole magnetica” non sia “sospetta”.  E la tesi paradossale che suggerisce è la seguente:

Santi e martiri sarebbero una sorta di “untori” involontari di mali e cattiverie che non si espliciterebbero senza la loro eccessiva e manifesta bontà (tornate  su e rileggete ora il passaggio di Wallace “Tutti odiano il bambino”). Ed ecco cosa scrive Baldi:

I santi sobillano malvagità che forse non si sarebbero mai tradotte in atto, se non ci fossero stati loro a provocarle con quella bontà sinuosa e ammaliante.

Conclusione paradossale di Baldi: i veri santi, allora, dovrebbero essere quelli che non si fanno notare, quelli che stanno a “mezz’aria” e che, dunque, sono “inconoscibili”.

Ma, ovviamente, e qui siamo in pieno territorio Wallaciano, essere dei “santi ignoti” sarebbe una contraddizione, un vero e proprio corto circuito, proprio come essere “santi sconosciuti”.

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Per approfondire:

Sull’Archivio DFW Italia trovate una bella riflessione che l’amico Lorenzo Andolfatto fece nel Palewinter di qualche anno fa proprio sui primi capitoli del Re Pallido (e su Leonard Stecyk).

Sulla vicenda pazzesca del processo a Papa Formoso post portem: Sinodo del cadavere.

Sul sito della casa editrice Quodlibet, infine,  la scheda del libro di Baldi con recensioni ed estratti che, mi auguro, vi invoglino ad acquistarlo.

Piccoli maestri, grandi divulgatori

Seguo dall’inizio, grazie all’amico wallaciano Federico, i Piccoli maestri, pertanto, è con grande piacere che ne parlo proprio in questi giorni che è online il loro nuovo sito nonché una divertente playlist video su youtube nella quale, in pochi minuti, libro per libro, autore per autore, avrete la possibilità di comprendere lo spirito, la bellezza nonché il successo di questa iniziativa.

Piccoli maestri

Ad esempio, a me sarebbe piaciuto molto, al liceo, ascoltare uno come Christian Raimo parlare di David Foster Wallace:

(ma anche Federico Platania di Aspettando Godot di Beckett)

Chi sono questi Piccoli maestri?

Un gruppo di scrittori che raccontano i loro libri preferiti nelle scuole. E, come se non bastasse, gratuitamente.

Qualora, tu, lettore di questo bloggetto fossi un insegnante e volessi maggiori info per organizzare una lettura ecco qua.

Nella remota ipotesi che, invece, tu, sconosciuto lettore, fossi un giovane studente (perché in fin dei conti sono un ottimista), ecco qua

Qualora fossi, invece, uno scrittore o rientrassi in una qualsiasi delle seguenti categorie: “hai partecipato a un incontro per caso e vuoi ritornare, hai letto un articolo su un blog di cui non ricordi il nome e sei alla ricerca di altre notizie. Ti sei preso una cotta per una piccola maestrina e credi che il nostro lavoro vada sostenuto…” ecco qua

Qualora, infine, tu, lettore ignoto che manco Google Analytics riuscirebbe a profilare fossi principalmente uno che ama leggere i libri degli altri come il sottoscritto, ma fossi comunque interessato ai Piccoli maestri, la storia non cambia, ecco qua.

Anche perché, per noi poveri lettori, inutile girarci attorno, la lotta è sempre tragicamente impari: “noi siamo sempre uno a leggere, loro tanti a scrivere”. Benvengano allora i Piccoli maestri!

Gli Uccelli-Fantasma di Nic Pizzolatto, True Detective, Twin Peaks e David Foster Wallace

“Martellato dalle onde, mentre ingoiavo acqua ed ero quasi cieco dal dolore, mi aggrappai a una roccia, sapendo che, se fossi stato spazzato via dalla corrente, sarei stato finito. Notai che sulla riva del fiume uno scoiattolo mi stava osservando. Reclinò la sua testolina, come per chiedermi cosa pensassi di voler fare, e si arrampicò su un albero, muovendosi a spirale, dove lo persi di vista fra i rami. Ricordo un senso di calma, staticità, e pensai: «Questa è la mia morte. Interessante»”

(da Uccelli-Fantasma, un racconto di Nic Pizzolatto tradotto da Marianna Silvano per Sul Romanzo)

Qualche giorno fa si chiacchierava con i compagni di letture della lista Wallace di quanto-e-eome alcuni elementi di una delle serie Tv più interessanti degli ultimi tempi – True Detective – abbiano degli echi della scrittura di David Foster Wallace.

Echi più o meno espliciti, come ad esempio un “video inguardabile” come in Infinite Jest (“Come diavolo ho potuto non pensarci subito, come?”).

True Detective

Ok, lo confesso:

i miei termini di paragone sono stati, molto banalmente, dall’inizio alla fine:

Twin Peaks (+ Velluto blu) + Lost

Per questo sto seguendo con interesse le riflessioni di The Fix segnalate sulla lista Wallace, dove sono presenti analogie molto interessanti.

E, in effetti, il ruolo del “video inguardabile”, quello delle dipendenze come l’alcolismo, i discorsi ricchi di digressioni di Cohle, la sua incredibile cultura, il suo ragionevole nichilismo, ora che ci penso potrebbero…

Ieri sera poi, molto tardi, ho letto la traduzione di Marianna Silvano, un’amica della lista Wallace, di Uccelli-Fantasma, uno dei due racconti di Nic Pizzolatto del 2002 nel quale, a posteriori, già sono chiari i topoi narrativi che si ritroveranno, proprio nella prima stagione di True Detective (“Marianna, ti prego, dimmi che tradurrai anche il secondo…”).

Nel racconto […] il protagonista viene a ragione considerato un «Frankenstein della filosofia orientale», un’etichetta che ha il suono di un ossimoro, in quanto accosta la follia occidentale del progresso alla calma del Tao, che, come si vedrà, è un’ossessione per il protagonista. Il racconto, infatti, ruota attorno al concetto del “vuoto” taoista – una necessità, più che una fede – e alle varie tonalità luminose che i cieli di St. Louis possono assumere, ricordando la luminosità delle filosofie Zen. Le parole si intrecciano rimandando continuamente al presente e al passato, allo squallore della contingenza e alla bellezza della meditazione – anche il non-detto svolge un ruolo primario nell’intreccio.

Ed effettivamente è difficile non immaginare la prima persona del racconto come il resoconto gutturale e rauco di Rust Cohle, che unisce un parlato da slang, ai termini più profondi della filosofia.

(Marianna Silvano nell’intro a Uccelli-Fantasma)

Insomma, un consiglio spassionato:

aspettate notte fonda, il silenzio nervoso e inquieto della città e fate passare un po’ d’aria fresca dalla finestra della cucina, dopodiché iniziate a leggere Uccelli-Fantasma:

Nic Pizzolatto, Marianna Silvano, Uccelli fantasma, Sul Romanzo

Continua a leggere Uccelli-Fantasma, tr. di Marianna Silvano sul blog di Sul romanzo

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Ah, l’immagine di Cohle l’ho presa sulla paginetta Facebook dello show dell’HBO.