Ti complicherà la vita

GREETINGS FROM CAPANNELLE OVVERO: IO, IL BOSS E LA CATARSI

G

Greetings from Capannelle…

NOTA PRELIMINARE: questo post racconta cose personali e una parte del concerto di Bruce Springsteen a Capannelle (Roma) di qualche giorno fa, quello del Wrecking Ball Tour.

APPENDICE ALLA NOTA PRELIMINARE: poco o niente ci si tratterrà in questa sede sull’epica durata dello stesso: 3 ore e 30 minuti né, tanto meno, sulla leggendaria potenza di fuoco della E Street Band e del Boss (7 bis compresa una Thunder road acustica, perfetta come un racconto di Carver).

Per tutto questo e altro c’è l’esauriente articolo di Ansaldo su Internazionale.

Ok, cominciamo.

FLASHBACK – 2001 – STAZIONE DI GENOVA – NOTTE

In una notte di luglio del 2001 tornavo da Genova su un treno strapieno di manifestanti traumatizzati e con poca voglia di ridere, cantare o scherzare. Si era partiti tre giorni prima dal paese con un paio di amici convinti della necessità storica di essere presenti fuori dalla zona rossa dei G8 con le nostre belle t-shirt stropicciate e una telecamera comprata dopo la maturità.

La parola “globalizzazione” era entrata nel nostro slang comune da poco, grazie anche al saggio di Naomi Klein No Logo dell’anno precedente che aveva dato modo di sperimentare la potenza del marketing attraverso la divertente ricorsività del No-Logo divenuto Logo-A-Tutti-Gli-Effetti.

Avevo 20 anni, ero al secondo anno di università e amavo le manifestazioni, a cui partecipavo sempre con lo zaino Invicta del liceo e, appunto, una telecamera con una batteria “modificata” da mio cugino. La batteria era quella di un tagliaerba. Pesava più di 3 chili, bisognava portarla sempre in un grande marsupio ed era scomodissima, ma permetteva di riprendere senza ricaricare per 24 ore. L’idea era © di mio cugino.

A Genova riuscii a registrare ben tre ore su cassettine analogiche.

Ancora oggi faccio fatica a riguardare quelle immagini

Per una serie di circostanze assolutamente casuali e fortunate, in quei giorni non finii mai in situazioni estremamente drammatiche, ma dopo quella manifestazione ricevetti in dono una serie di fobie che avrebbero influenzato la mia vita e che potrei riassumere, semplificando in:

  • agorafobia
  • claustrofobia
  • diffidenza verso le “folle” e conseguente diffidenza verso accentramenti di persone superiori alla decina
  • paura incondizionata per le forze dell’ordine (un semplice controllo-patente ed eccomi pronto a interpretare Fuga di Mezzanotte)
  • paura per autovetture bianche scarsamente identificabili
  • assoluta intolleranza per treni, stadi, stradine buie e bagni chimici.

Altro dono di Genova fu, come per Peter Parker dopo il morso del ragno, l’acuirsi di alcuni sensi:

  • nei luoghi chiusi la prima cosa che ho fatto per anni è stata trovare subito una o più vie di uscita. Come l’agente segreto di Bourne Identity, ma senza la preparazione tecnica di Matt Damon nel poter affrontare eventualmente una fuga. Maledetti film di spionaggio.
  • se per caso sentivo una canzone di Manu Chao il mio sesto senso mi diceva di correre
  • stessa cosa con il suono di sirene e una serie di altri rumori forti e molesti, anche ridicoli (stridore di gomme sull’asfalto, fuochi d’artificio, petardi)
  • ancora oggi quando cammino guardo a terra i tombini per controllare che non siano saldati
  • ho impiegato mesi e mesi per tornare al cinema e godermi un film.

Tutto questo, sommato a una già innata propensione alla misantropia, mi ha portato, nel corso della mia vita “da adulto”, diciamo così, a perdere, dimenticare, rimuovere, molte piccole abitudini che amavo, che mi divertivano e che mi facevano sentire bene: come ad esempio andare a un mega concerto. E arriviamo al punto.

Mesi fa Raffa mi ha regalato per il compleanno il biglietto per il Wrecking Ball Tour 2013 di Bruce Springsteen con la E Street Band.

Da quel momento ho iniziato a lamentarmi a intervalli regolari in maniera contorta e poco plausibile – ora posso dirlo – elencando tutte le difficoltà che avrei potuto incontrare prima/durante/dopo il concerto.

PRESENTE – CONCERTO – CAPANNELLE – TRAMONTO

Una volta però sentito il vecchio Bruce urlare al tramonto di Roma “Can You feel the Spiiiiirit?” mentre trovavo il mio posto tra 32.000 persone, tutte queste elucubrazioni mentali durate mesi e mesi, si sono dimostrate improvvisamente per quello che erano: stupidaggini.

Alla terza canzone avevo in mano una birra e mi godevo lo show con coinvolgimento sincero e appagato.

Mentre il Boss si esibiva nella sua liturgia pagana a base di accordi maggiori e riff di chitarra-e-sassofono provavo, dopo anni, quel senso di benessere zen che si può raggiunge solo grazie a buone vibrazioni. Ero all’interno di una folla e mi sentivo di nuovo protetto, e così ho mollato lo zainetto arancione a terra e ho ballato con le mani alzate, urlato pezzi di Rosalita in un inglese un po’ così ma chissenefrega, ho riso alla vista del bambino con la tshirt di Batman che cantava con il Boss, sono stato felice per le due ragazze che hanno suonato la chitarra con lui, ho battuto le mani quando una donna ha ricevuto una proposta di matrimonio solo perché il Boss aveva indicato al suo fidanzato l’assenza, al dito di lei, di un anello (e sono anche sicuro, come molti, che quella “promessa” fatta davanti al Boss valga come matrimonio civile a tutti gli effetti), mi sono commosso con il motociclista pitonato due file avanti guardano le violiniste italiane che eseguivano una versione a dir poco memorabile di New York Serenade e ho pianto tutti i “nostri” morti con Tenth Avenue Freeze Out.

Infine…

Ho alzato il bicchiere di birra in un brindisi metaforico e pacificatore durante Born in the USA mentre qualcun altro, contemporaneamente alzava, nell’ordine: una bandiera italiana, una bandiera americana, una bandiera sarda, il proprio tablet, una bambina in direzione del palco, un pugno (sì, un pugno per Born in The USA) e allora ho capito che tutte quelle storie sulla speranza e la rivalsa, sui sogni e le “promesse” raccontate da Springsteen servivano esattamente a questo: a combattere e vincere i propri mostri. Perché qualsiasi cosa possa accedere nella vita ci sarà sempre un accordo in Re maggiore risolutore e una voce familiare ruvida, sicura e inflessibile a ricordarci di non arrenderci mai e poi mai per nessuna ragione. “Come on up for the rising, Come on up for the rising“.

Una volta ho letto, a proposito delle grottesche sentenze del dopo-Genova, una intensa riflessione nella quale Wu Ming 4 concludeva scrivendo, più o meno: “Avevamo ragione. Abbiamo perso.” Ecco, il senso profondo di quelle parole l’ho capito mentre dopo anni mi riconquistavo il diritto di godermi una serata di musica all’aperto.

Aristotele l’avrebbe chiamata “catarsi”

Elvis “rock’n’roll”, ma è la stessa cosa.

Certo, questo non vuol dire che le mie fobie sono scomparse (sono rimasto defilato e vicino in linea d’aria all’uscita laterale sinistra, la più sicura) o che il mondo mi piaccia così-com’è, ma per ora va bene così.

Alla fine, mentre nell’aria si diffondevano le note di C’era una volta in America, sono tornato in macchina verso casa, guidando da solo per chilometri e chilometri in piena notte, su una provinciale dritta e deserta mai stata così bella.

Quando è arrivata Thunder Road ho alzato il volume al massimo e ho abbassato il finestrino.

Sul sedile posteriore, accanto al seggiolino per neonati, parti del vecchio Invicta arancione svolazzavano.

L’aria estiva era fresca e gradevole così ho messo il braccio fuori e ho premuto un po’ l’acceleratore.

La vita è meravigliosa.

Qui l'autore

diego altobelli

Ossessionato dai dualismi anima e corpo, reale e virtuale, ragione e volontà, obladì obladà. Quando non è distratto dalla vita aggiorna questo blog. Ogni tanto scrive sceneggiature e racconti.

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