Tabloid inferno, la cronaca nera come metafora di una generazione, la mia

«Sono riusciti a cambiarmi» cantava la vocina del mio vittimismo, «alla fine mi sono venduta».
«Col cavolo!» mi riportava alla realtà Emanuele, «Non c’è nessun sistema che sventola banconote per acquistare la nostra anima. Zero mercato per le illusioni perdute. Ci siamo messi in saldo da soli e anche così nessuno ci ha comprati».

Tabloid inferno è il meta-romanzo di formazione professionale della mia generazione che è transumata per Scienze della comunicazione di Roma annusando Walter Benjamin, amando prima e odiando poi (si fa per dire) la Scuola di Francoforte, ascoltato, studiando e imitando gli apocalittici e gli integrati di turno sprofondati nelle sedie di cinema che sarebbero diventati sale bingo e non immaginando minimamente di essere di lì a poco prima fatti a pezzi dai contratti di collaborazione a progetto e poi smembrati dal lavoro, dall’industria culturale (si fa per dire), dalla precarizzazione delle professioni

(“liquidità” e “non-luoghi” c’avevano già rotto nei primi anni 2000, figuriamoci a parlarne oggi, please please)

dalla conseguente e prevedibilmente ovvia precarizzazione delle vite materiali, nonché dei rapporti umani (misantropia portami via, ma lasciami skype acceso).

Una generazione che però, nonostante tutto, è riuscita a farsi coraggio e ad andare avanti, anno dopo anno, perché, come mostra Selene Pascarella, l’autrice di Tabloid Inferno con l’arco narrativo percorso dal suo alterego, una redenzione è sempre auspicabile nonché possibile.

Tabloid inferno, Selene Pascarella, Edizioni Alegre 2016

tabloid inferno

diego altobelli

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