è la prima volta che capiti qui vero? niente, volevo solo ricordarti che puoi seguirmi anche tramite RSS feed.

Oggi sono sul blog di Grazia a parlare di scrittura (più o meno) creativa, sceneggiatura e software di scrittura. Se vi va di passate a dare un’occhiata cliccate qui:

Qual'è il miglior programma di scrittura? Sceneggiatura, Grazia, Diego Altobelli, Revolutionine

E’ uscito oggi, sul blog di Grazia, il mio primo contributo dal titolo: Appunti per nuove professioni in tempo di crisi: Il Sommelier Cinematografico

Grazia magazine, blog Grazia, Il Sommelier Cinematografico, Diego Altobelli

E’ morto J.D. Salinger. Dicono di vecchiaia. Aveva 91 anni. Si era ritirato decenni fa e non pubblicava da così tanto tempo che molti ignoravano addirittura che fosse vivo.

Perché è si era ritirato? Perché amava scrivere ma non amava pubblicare. Non amava lo show business e gli attori che volevano realizzare film dai suoi libri, non amava essere celebre e apparire in un mondo dove tutti desiderano invece “stare davanti” e “farsi notare a tutti i costi”.

Io avevo 14 anni l’estate che lessi Il Giovane Holden, il libro dalla copertina tutta bianca che in realtà si chiamava The Catcher in the Rye ed era un gioco di parole intraducibile perché nasceva da un’errata interpretazione di una filastrocca da parte di Holden che immagina questo Catcher (lett. “l’acchiappatore”) che in un campo di segale afferra i bambini prima che cadano. E già l’idea di un uomo che sta lì, al margine di un campo, pronto ad afferrarti prima di cadere nel vuoto è qualcosa di incredibilmente “paterno” e confortevole.

Ecco con che parole, nel 1951, Holden Caulfield si presentava ai suoi primi lettori. Era irriverente, sarcastico, denigratorio, speciale e superiore a tutto e a tutti. Ovvio che passai il resto dell’estate a imitare i suoi modi, le sue frasi, le sue “contemplazioni” e compagnia bella.

“Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia schifa infanzia e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.

Primo, quella roba mi secca, e secondo ai miei genitori verrebbero un paio d’infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre.

Carini e tutto quanto – chi lo nega – ma anche tremendamente suscettibili. D’altronde non ho nessuna voglia di mettermi a raccontare la mia dannata autobiografia e compagnia bella…”

il giovane holden

Per l’aneddoto che tutti citeranno del pazzo che uccise John Lennon con in tasca Il Giovane Holden rimando direttamente a Wikipedia.

Le_Voyage_dans_la_lune_2-1

Georges Méliès Le Voyage dans la lune (1902)

Tutto quello che penso di Avatar (di James Cameron, 2009)

UNO: Ok, con la tecnologia ci siamo. Ora bisogna solo migliorare le storie

DUE: non è vero che gli occhialetti 3D fanno venire il mal di testa

TRE: per i maniaci dei dettagli: sì anche i sottotitoli Na’vi-italiano sono in 3D

QUATTRO: Passaggio epocale? Assolutamente sì ma

CINQUE: colonna sonora + canzone finale: si poteva fare meglio

SEI: su Pandora ci sono le meduse. Sono tante, volano e sono pure sacre.

Avviso: effettivamente questa parte è rivolta a quella ristretta minoranza di spettatori che, al termine della visione di Avatar non ha articolato in maniera più o meno dotta il seguente concetto: “che figata”

Ho scelto per loro 2 riflessioni che ritengo rappresentative dei diversi modi con cui si può andare a vedere questo film.

Se sarete d’accordo con la prima vi godrete una magnifica esperienza di evasione come solo il cinema sa dare ritrovando un po’ di quella meraviglia provata dai primi spettatori del cinematografo dei Lumière (la paura che il treno uscisse dallo schermo), o dai primi spettatori del sonoro (”O mio dio, canta. E fischia”), o da quelli dei primi film a colori (vabbè ci siamo capiti).

E’ un po’ lunga ma vale la pena

“Il rilievo giocherà veramente il suo ruolo quando sarà utilizzato per trasformare la realtà solida in fantasmi fugaci, e i fantasmi fiabeschi in esseri reali.

Il regista del cinema totale potrà pietrificare la tempesta in onde di marmo verde, trasformare in qualche secondo, con una crescita impetuaosa e magica, un tappeto di muschio in una foresta vergine. Nel suo universo senza legge, i palazzi spunteranno come funghi, le città si dissolveranno in fumo, il fumo diverrà granito. Animali, uomini, oggetti, il mondo intero e tutte le sue creatue, e anche i sogni, tutti gli esseri incantevoli o orribili che possono nascere dall’immaginazione dei poeti, prenderanno corpo davanti allo spettatore, brulicheranno vicino a lui, attorno a lui, risplendendti, chiassosi, vivaci, solidi e già scomparsi.

Il colore diverrà materiale, apparirà in blocchi, in vortici, in veli, in volumi, in esplosioni. Tutto l’azzurro del cielo scivolerà d’un colpo nell’occhio della vergine [...].

Il rilievo darà al cinema totale le sue ultime possibilità. che oltrepasseranno le immaginazioni del surrealista più folle. Il regista saggio le utilizzerà non per il piacere gratuito di delirare, ma nel quadro logico e poetico della storia che vorrà raccontare.

Più il vocabolario del cinema, vocabolario di suoni, di immagini, di colori, di volumi si arricchierà, più l’autore di film dovrà sottoporlo a una sintassi rigorosa. Non per assoggettarsi a un piatto realismo, ma per trascinare la folla, grazie alle apparenze materiali della verità, nel cuore stesso della poesia.”

L’ha scritto René Barjavel, nel 1944. 66 anni fa. Dicono che fosse uno scrittore di fantascienza francese.

E ora la seconda. Siete Pronti?

“Alla fine di queste visioni la certezza è una sola: il computer ha preso il sopravvento sulla macchina da presa, le immagini umane cui siamo stati abituati sin dai tempi dei fratelli Lumière sono ormai superate da immagini virtuali e artificiali [...].

E la Terra? E l’ uomo, come si chiedeva Huxley alla fine del suo Brave New World? Prendiamo il caso di Il nastro bianco, stupendo film del regista austriaco Michael Haneke. Nonostante la Palma d’ oro vinta all’ ultimo Festival di Cannes, in Italia l’ hanno visto pochissimi spettatori e nessun giovane. Grazie a questo tipo di cinema, e non importa se non fa bingo ai botteghini, c’ è ancora chi si occupa dell’uomo e della sua dimensione terrestre, a prescindere dalla magniloquenza degli effetti speciali. E visto che sulla Terra alla fin fine ci dobbiamo restare, sarà bene rinsaldare l’ antico vincolo con l’umano. Anzi, converrebbe rinforzarlo ed estenderlo ai più giovani, spesso ignari che la vita, per nostra fortuna, ancora non è diventata un videogioco.”

L’ha scritto Roberto Faenza, nel 2010. Qualche giorno fa. Dicono sia un regista italiano.

La frase “il computer ha preso il sopravvento sulla macchina da presa” e la storia dei “giovani“, della “vita vera” contrapposta a quella dei “videogiochi” è quanto di più anacronistico e involontariamente spassoso abbia sentito negli ultimi tempi a proposito di tecnologia, cinema, arte, comunicazione e società. Complimenti.

Méliès,_L'homme_à_la_tête_en_cahoutchouc_(Star_Film_382-383,_1901)

Georges Méliès, L'homme à la tête en cahoutchouc (1901)

Blue Jeans.
“Ah, Genitori in Blue Jeans sì, anch’io lo vedo…”
“No no, solo Blue Jeans. E’ quello con la voce di Lui-Adulto che commenta le azioni di Lui-Bambino.”
“Mai visto.”
“Quello con la canzone dei Beatles come sigla.”
“Mi dispiace.”
“Quello con Winnie Cooper.”
“…”

Blue Jeans, Wonder Years

Kevin, Paul, Winnie e tutti gli altri

La grande storia degli USA tra i ‘60 e i ‘70 con tutti ma proprio tutti i luoghi comuni dell’epoca (dall’Uomo sulla Luna al Vietnam, al flower power ecc.) vissuta attraverso le “piccole” vicende di Kevin, della sua famiglia (padre burbero, madre biondo platino sempre sorridente, sorella hippie, fratello maggiore stronzo), e dei suoi amici Paul, l’occhialuto nerd allergico a tutto e Winnie Cooper.

“Winnie” Cooper è la prima cotta di Kevin, nonché la prima cotta dello spettatore nonché il principale sub-plot di Wonder Years, un comedy-drama della ABC andato in onda (in USA) per 6 stagioni dal 1988 al 1993 e da noi, in maniera disordinatissima e con scarso successo (lo so, è incredibile), negli  anni ‘90, tra Rai 2 e Rai 3.

Kevin-Adulto e Kevin-Bambino: la voce off

Wonder Years -- Blue Jeans è un concentrato di nostalgie che si esplicano (anche) attraverso un massiccio uso della voce off. Tanto è un tratto distintivo della serie che qualcuno ha fatto notare, giustamente, che l’impalcatura narrativa si regge un po’ troppo su questo espediente (ma, con le dovute proporzioni, si potrebbe dire la stessa cosa di Goodfellas e Casinò di Scorsese, o di Sleepers di De Niro, per dire).

Comunque, oggi se vedo un film con la voce off mi infastidisco, perché la considero una “scorciatoia”, un espediente fin troppo didascalico per uscire fuori da problemi di sceneggiatura -- perché devi dirmelo se puoi mostrarmelo? -- ma, dentro di me, so che in realtà il motivo per cui odio/amo la voce off deriva dalla mia passione per questo serial.

E deriva anche da Stand by me, ricordo di un’estate di Rob Reiner, ma questa è un’altra storia.

Chissà quanto Stand by me (che è dell’86) ha influenzato Wonder Years. Secondo me tanto. E non solo per la voce off.

Il Tempo Perduto degli Anni Migliori: Marcel P. e Kevin A.

Per il resto la storia di Kevin, Paul e Winnie, lo so, adesso lo so, è un continuo, irresistibile e patetico (nel senso etimologico del termine) “colpo basso” a base di ricordi “filtrati” color seppia, foto polaroid, vecchi dischi e buoni sentimenti, tramonti su viali autunnali di periferie urbane, insomma, una mitragliata di madeleines che insegnano l’altissimo valore della nostalgia per un tempo mai vissuto. Probabilmente il miglior tipo di nostalgia malinconica che si possa provare  a 10 anni.

Nonostante il mio attaccamento quasi feticistico,  il serial non l’ho visto tutto.  Inoltre, che io sappia, è praticamente irreperibile in italiano (ovviamente in America, volendo, ce l’hanno, eccome).

Stop, children, what’s that sound?

Anche la musica di WY è un concentrato di piccole “intermittenze del cuore”: Buffalo Springfield (non venite a raccontarmi che cose del genere non vi smuovono lo stomaco perché non ci credo), Crosby, Stills, Nash & Young, Van Morrison, Donovan, Carole King, Debbie Gibson, Richie Havens, Marvin GayeThe Temptation (ovviamente my girl), i Platters e, soprattutto Joe Cocker.

La sigla, With a little help from my friends, era la mitica canzone dei Beatles del ‘67 contenuta in Sgt. Pepper’s e cantata da Ringo col “piccolo aiuto” degli “amici” John, Paul e George e qui riproposta nella versione mozzafiato di Joe Cocker (che la cantò a Woodstock).

Quando vedevo Blue Jeans ero tra le elementari e le medie, idolatravo i Beatles e avevo la mia Albertine. E conoscevo a memoria Stand By me. Tutti chiarissimi indizi del fatto che la storia di Kevin e Winnie era stata scritta apposta per me. Senza ombra di dubbio.

Winnie Cooper

Sono andato a vedere chi fosse diventata oggi Danica McKellar e ho scoperto che, nel corso degli anni ha scritto dei libri. Di matematica. Libri divulgativi di matematica. Però. D’altra parte noi già lo sapevamo che Winnie era la migliore della classe.

Kiss my math

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