Ho rivisto Gran Torino e sì, è proprio un bel film (nonostante stavolta lo sceneggiatore non fosse Paul Haggis ma Nick Schenk) e conferma quello che penso da un bel po’ e cioè che produce più cinema “italiano” il vecchio Clint che molti registi italiani (e magari un giorno ne parlerò più diffusamente…).

E infatti: l’unico nel film che sembra condividere la stessa gestalt del vecchio Kowalski è (non a caso) il barbiere italiano (figlio-di-puttana-di-un-italiano)

E comunque l’imponente scontro di valori etici in ballo e la ricerca di una morale a cui fare riferimento mentre tutto intorno si sgretola (casa-famiglia-valori-vicini-di-casa e, insomma, la società-come-l’hai-conosciuta-e-vissuta) ci mette in una situazione di profonda empatia verso il vecchio scorbutico perché in fondo lo sappiamo che il problema non è lui ma tutto il resto (compresi figli in sovrappeso e nipoti antipatici e scontenti. E viziati. E con il piercing…).

Questo per dire che c’ho pensato e non mi dispiacerebbe affatto essere così fra una cinquantina d’anni:

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